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Movimento politico “Servire Agrigento”: “La Sicilia sia centrale nelle politiche di sviluppo del Recovery Plan”  

centineo

Coordinatori provinciali del Movimento politico “Servire Agrigento”, Raoul Passarello e Giuseppe Sortino  hanno inviato una lettera-appello al Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, al Governatore della Sicilia, Nello Musumeci e al Commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni  per chiedere che nell’ambito della ripartizione delle risorse del  Recovery Fund  la Sicilia possa conquistare  un ruolo centrale nel piano di sviluppo e degli investimenti in considerazione dei ritardi accumulati sul piano infrastrutturale, economico e sociale. La lettera raccoglie il grido d’allarme e le speranze di amministratori locali, professionisti, imprenditori e giovani che nell’auspicare un percorso condiviso tra il Governo nazionale e quello regionale confidano in uno scatto di orgoglio delle Istituzioni per ridare dignità a una Regione  che non riesce a riemergere dalla palude sociale ed economica. Qui sotto la lettera integrale:

 

Palladium

Il territorio della politica è sconfinato, pieno di promesse molto spesso non mantenute.  

Partiti e uomini politici hanno fatto della radicalità delle proprie promesse il segno della propria diversità e su quella hanno costruito il proprio successo salvo poi rimangiarsi o ritrattare queste promesse. L’incapacità di generare una classe dirigente competente ha finito per delegare ai capi politici la scelta di selezionare e far eleggere sempre più spesso figure mediocri che contribuiscono in negativo a quella condizione di generale inadeguatezza e imbarbarimento della politica.

È un circolo vizioso, una dannazione che colpisce la Sicilia da decenni. Il sistema politico si è allontanato dagli aspetti etici, dalla morale e dai valori fondanti che un tempo erano punto di riferimento per potere governare al meglio il Paese, le Regioni e le realtà locali.

Dopo il ventennio del regionalismo dell’irresponsabilità, che ha portato Nord e Sud dell’Italia a essere gli unici due territori europei a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2008, l’Italia ha il dovere di fare l’esatto contrario di quello che ha fatto fino a oggi negli investimenti pubblici, tagliando brutalmente la spesa sociale nel Mezzogiorno e ridimensionando quella infrastrutturale.

In Sicilia, finora, “non ha avuto sorte migliore” nemmeno la legge n.3 del 2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”.  Per allineare la Sicilia al resto d’Italia, infatti, servirebbe una norma dell’Ars che, però, non è ancora arrivata. Un disinteresse sconcertante di fronte a una legge che impone alle forze politiche di presentare curriculum vitae e casellario giudiziario dei candidati, affinché gli elettori possano valutare, in maniera trasparente e meritocratica da chi farsi rappresentare.

La Sicilia continua a pagare caro il prezzo di un’Autonomia monca e di uno Statuto Speciale usato da anni dagli amministratori isolani come scudo per difendere privilegi e tornaconti personali. Intanto, tra leggi mai recepite e immobilismo, si arriva alla conseguenza, come si vede tutt’oggi e si tocca con mano, che mentre le altre regioni del Nord si avviano a risalire la china, la Sicilia e soprattutto la Provincia Agrigento, toccano il fondo del baratro, e continuano a fare i conti con  disoccupazione, atavici ritardi infrastrutturali e  “fuga di cervelli”.

La politica intesa come servizio che impone assunzioni di responsabilità nell’interesse collettivo è stata sostituita dagli interessi personali ed economici generando al contempo rassegnazione, sfiducia e rabbia.  La qualità dell’azione politica ha lasciato strada all’opportunismo, alla tutela della “casta” e alla difesa della poltrona a tutti i costi quando invece il Paese e più in particolare la Sicilia avrebbero necessità di azioni governative mirate per rispondere alle istanze e alle esigenze della gente e delle comunità.

La collaborazione tra Istituzioni centrali e locali, tra poteri pubblici e attori della società civile, tra forze di sicurezza e operatori socio-economici è un requisito indispensabile.

E’ inaccettabile questa doppia, tripla morale per cui, da un lato, si prende atto che con la distorsione della spesa storica si sono violati i diritti di cittadinanza sanitaria (pro capite al Nord vanno 76,7 euro, al Sud 24,7) e, dall’altro, si vogliono riproporre gli stessi criteri tanto iniqui quanto miopi per la riallocazione regionale degli investimenti  in sanità che l’Europa, tramite il Recovery Fund, ci finanzierebbe a tassi favorevolissimi per riequilibrare strutturalmente l’offerta ospedaliera pubblica.

Va ritrovato il senso della Cosa Pubblica rimuovendo ostacoli, inefficienze, ritardi burocratici favorendo una programmazione condivisa per orientare gli investimenti in settori strategici.

Basta con i “criteri di rapina” che negli ultimi 20 anni hanno sottratto al Sud 60 miliardi l’anno, effetto del mancato rispetto del famoso 34 per cento, la percentuale della popolazione meridionale che avrebbe dovuto essere anche la percentuale della spesa al Sud. Somme sottratte nel silenzio più totale.

Nella programmazione del Recovery Plan, ci sono in gioco 209 miliardi di euro finanziati dall’Unione Europea, di cui 127 miliardi sotto forma di prestiti e altri 82 miliardi di sussidi: un’occasione unica per l’Italia per mettere in atto interventi e riforme non più rinviabili.

Rifiutiamo l’idea che l’assenza di ministri siciliani nel nuovo esecutivo sia il preludio ad un governo a trazione nordista. La consapevolezza dell’emergenza sanitaria ed economica impone un percorso condiviso tra il Governo nazionale e quello regionale affinché la Sicilia possa conquistare un ruolo centrale nel piano di sviluppo e degli investimenti del Recovery Fund per riemergere dalla palude sociale ed economica e ridurre il divario con il resto del Paese nei settori:

* della spesa sociale (istruzione, ricerca, sanità, salute e sostegno alle fragilità)

* dell’innovazione (digitalizzazione, banda larga e competitività)  

*  delle infrastrutture, attraverso l’apertura immediata dei cantieri dell’alta velocità ferroviaria, la modernizzazione dei collegamenti stradali e autostradali che favorirebbero una maggiore coesione territoriale migliorando la sostenibilità economica delle PMI e il potenziamento delle infrastrutture portuali e delle autostrade del mare che consentirebbero di ottenere risparmi economici e riduzione delle emissioni nocive in atmosfera.

Gli effetti della pandemia hanno prodotto un’ulteriore impoverimento della Sicilia, soprattutto tra i giovani, ai quali è stata tolta la speranza di un riscatto. I nostri giovani vivono in un contesto povero di opportunità e di false speranze che li costringono a ridimensionare sogni e aspettative e ad abbandonare la propria terra.

Questa lettera raccoglie il grido d’allarme e le speranze di amministratori locali, professionisti, imprenditori e giovani che confidano in uno scatto di orgoglio, di capacità, di energia  per rilanciare i temi del lavoro, dell’occupazione, dello sviluppo sostenibile e della necessità di infrastrutture moderne e sicure per poter competere con le sfide della globalizzazione.

Abbiamo l’occasione storica e forse unica di ridare dignità a una Regione che da decenni è stata abbandonata e tradita da Governi e classi politiche non sempre rispondenti alle reali esigenze di sviluppo economico e sociale pregiudicando, in taluni casi, le speranze dei Siciliani che attendono, invece, scelte politiche coraggiose e innovative in grado di farla crescere.

Nell’auspicio che le istanze esposte possano trovare quella attenzione che il momento richiede,  porgiamo i nostri più cordiali saluti.