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Favara: oltre M5S è in crisi il sistema

Tra le possibili spiegazioni al logorante stallo che si consuma nella piu’ rappresentativa istituzione cittadina che è il Consiglio Comunale, ne esiste una che ha piu’ di un fondamento: E’una crisi di sistema.

Non una, sia pure atipica, crisi politica,ma una vera e propria crisi di sistema. Laddove con tale espressione si intenda un organico e armonico gruppo di regole e strumenti per consentire il raggiungimento di mete collettive con il metodo democratico attraverso la partecipazione dei  singoli cittadini e delle “formazioni sociali dove si svolge la loro personalità”.

A Favara da tempo è in corso un lento e progressivo distacco tra la società favarese nella sua quotidiana attività professionale, sportiva, culturale  ecc..ecc.. e quello che una volta veniva definito il paese legale cioè la politica,la burocrazia ecc.. ecc.. .

Due strutture fondamentali pensate per interagire che viaggiano sue binari paralleli per incontrarsi nelle stazioni di transito:occasionalmente!

La partecipazione attraverso la rappresentanza di interessi legittimi e di bisogni non avviene attraverso soggetti collettivi. L’associazionismo e debole e senza strumenti capaci di sintetizzare l’atomizzazione delle aspettative degli operatori economici per tradurli in proposte quindi in domanda sociale.

 I partiti “gli apparivano come formazioni a scarso contenuto ideologico, influenzate dalle personalità più che dalle idee, sensibili ai bisogni – anche e soprattutto materiali – dei loro membri (v. Tocqueville, 1831-1832; v. Matteucci, 1990).”

Da qui muove l’assenza di visione sul futuro della città, il crogiolarsi sul presente evitando di costruire l’ipotesi di un futuro condiviso per assicurarsi uno sviluppo che necessita di una cultura di governo.

Non si tratta di associare alla pratica di governo locale una rappresentanza politica rappresentativa di ceti sociali esclusi com’è avvenuto  con il centrosinistra nei primi anni sessanta a Favara quando la DC con forte presenza elettorale era all’opposizione delle amministrazioni di sinistra.

Oggi non funziona piu’ la  rappresentanza dei ceti forti e di quelli esclusi assicurata da quei partiti in quella stagione che doveva provvedere ai  bisogni elementari dei cittadini: acqua,strade ecc.. .

Alla forte tensione partecipativa di allora si è progressivamente sostituita la distanza fino alla comparsa dei social, che invece di arricchire gli strumenti di partecipazione li hanno sostituiti con dibattiti virtuali semplificatori di processi complessi bisognosi di approfondimento,guida e studio.

In estrema sintesi non basterà il completamento della Giunta municipale e di nuove definizioni delle future alleanze che siano strategiche o tattiche poco importa, per riportare a sistema i necessari strumenti di comunicazione e partecipazione dei corpi sociali se questi ultimi non diventeranno istanze collettive che servono alla città.

Per quest’ultimo compito che costituisce la precondizione di una ripartenza non ci sono le riserve d’azione. Chiunque svolga una funzione diretta alla pubblica opinione ha il dovere di fare la sua parte, dalla stampa all’associazionismo giovanile, passando per i tradizionali rappresentanti dei laici come dei cattolici.

Ignorare questa realtà non servirà a lasciare ai nostri figli una città piu’ vivibile. Servirà a svuotarla, un processo in corso che la politica territoriale ha rimosso come ha potuto documentare il convegno dello SPI CGIL di Agrigento che merita di essere ripreso per entrare nell’agenda politica e uscire da quella del meridionalismo piagnone.

pini