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GUARIRAI da tutte le malattie… ed IO AVR0’ CURA DI TE!!!

 

Sì chiama tetrafarmaco e non è un farmaco e nemmeno un cocktail di farmaci perché è molto di più di un farmaco perché abita la vita in ogni sua declinazione vitale. La medicina e maggiormente la psichiatria dovrebbero meglio considerare l’apporto della filosofia anziché tenersi stretti i suoi DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali I, II, III, IV e V) come fossero ‘la Via, la Verità è la Vita’. Chissà quante volte tra le mani di uno psichiatra sia passata la lettera di Epicuro a Meneceo per esternare il concetto di felicità o, diremmo oggi, del benessere e chissà quante volte nell’atto di prescrivere psicofarmaci a iosa ai poveri pazienti che si sono imbattuti in uno dei tanti ostacoli che dai DSM sono stati tradotti come sintomi da sottoporre a trattamento farmacologico, si siano chiesti se quella fosse l’unica strada per portare alla luce chi vive le sue ombre o se altre strade potessero essere percorse e verificate? Come si fa a rispondere in maniera esaustiva? Di certo il progresso nei secoli ha facilitato il compito alla scienza nell’intervenire efficacemente sulla salute della gente per sottrarla al dolore e alla sofferenza. Quanti progressi abbiamo registrato che sono sotto gli occhi di tutti? Dire tanti è quasi un eufemismo. Eppure se andiamo a ricercare tra le pieghe e le piaghe della medicina ci accorgiamo che l’unico settore ad avere subito un’involuzione è quello psichiatrico. La legge (180 del 13 maggio 1978) Basaglia che chiudeva i manicomi di fatto è stata aggirata dalle comunità terapeutiche psichiatriche e/o a doppia diagnosi e addolcita dai depot. Come dire la psichiatria ha fatto il ‘verme’ e non ha mai voluto di fatto lasciare il formaggio. I manicomi hanno cambiato solo il nome e al contenimento forzato hanno sostituito quello chimico. Della serie di male in peggio. Ma andiamo a noi. La domanda sottesa rispetto alla teoria del tetrafarmaco di Epicuro è un po’ questa: ma è possibile intervenire sul disagio anche psicologico attraverso pratiche che includano esclusivamente psicofarmaci e benzodiazepine? Ovvero la psichiatria può trarre vantaggio dalla lettura epicurea nella sua pratica quotidiana che tratta il disagio psichico quasi esclusivamente col farmaco (senza ‘tetra’)? La risposta risiede in un cambio di rotta nella cultura della riabilitazione dal disagio specie se ontologico. Non sono rari i casi che, sotto trattamento psichiatrico, passano da un semplice attacco di panico alle psicosi o schizofrenie conclamate e rese irreversibili come la morte, in sfregio alle più elementari considerazioni insite nella vita com’è la dynamis (energia) che la determina e ne caratterizza il movimento/cambiamento che nessun farmaco per legge dovrebbe impedire. Epicuro nel suo chiaro e ‘disarmante’ ragionamento ci presenta la vita nella sua semplicità.

La conoscenza è data dal rapporto che viene stabilito con le cose hic et nunc ed ogni ‘anticipazione’ nasconde in sé i caratteri della precarietà, dell’errore e pertanto bisogna soffermarsi a ciò che la vita ci fa vedere… evitando magari di soffermarci su ipotesi fantasiose che ci allontanano dal vero che la vita hic et nunc rappresenta. Se la conoscenza è ciò che mi sto vivendo attraverso la realtà con la quale reagisco in presenza, anche i ‘desideri’, i ‘dolori’ possono essere visti nella loro semplicità e vissuti a partire dal nostro modo di porci col mondo che ci ospita e che abitiamo. In questo modo la felicità, il benessere non è altro che frutto di un’idea che trova il suo massimo globale nel sapere vivere la felicità come assenza dal dolore o dalla sofferenza. Situazioni queste che spesso viviamo male e ci fanno male. A proposito asserisce Epicuro (in greco antico: Ἐπίκουρος, Epíkouros, “alleato” o “compagno, soccorritore”) che non ha senso rattristarsi per un dolore che sappiamo passeggero… bisogna aspettare semplicemente che faccia il suo corso, dandogli un valore relativo e non assoluto e persino se il dolore dovesse risultare cronico la cosa importante è di cercare di viversi la vita compiutamente in attesa di una liberatoria morte che sconfigga quel dolore che non vuol saperne di andar via. Spesso sono dolori che ci procuriamo ed autoalimentiamo perché spostiamo il baricentro della nostra felicità e dei nostri desideri fuori di noi. Basterebbe perseguire i propri ‘desideri naturali e necessari’ – così li chiama – come godere del mangiare, del bere, del dormire, evacuare… ed astenersi dalle esagerazioni definite ‘naturali e non necessarie’ come mangiare troppo, bere più del necessario, poltrire sul letto oltre ogni dovuto… e peggio ancora ciò che fa davvero male è puntare sui cosiddetti ‘desideri non naturali e non necessari’ come la fama, la ricchezza, il potere… cose che A. de Saint-Exupèry definirebbe effimeri come i ‘fiori’ de ‘il piccolo principe’… i piaceri di questa terza categoria sono assolutamente da evitare, perché il turbamento che provocano è sempre superiore alla soddisfazione che danno; in altre parole, essi sono destinati, prima o poi, a trasformarsi in fonte di dolore.

Facciamoci caso che allontanarsi dal senso epicureo della vita porta inevitabilmente a vivere fuori dalle righe. Basterebbe che ce lo ricordassimo a vicenda in contesti socio-economici e culturali rispettosi della natura umana che – sola in questo mondo – lasciata a se stessa dagli Dèi dovrà sciogliere i suoi nodi cercando continuamente di dare senso al senso, evitando di delegare ad altri il nostro benessere come avviene – ahi noi – con la psichiatria che tende a psicopatologizzare tutto ed ancora peggio a lasciarlo ‘necrotizzare’.

La risposta di Epicuro, credo abbia tanto da insegnarci. Mi riferisco alla sua idea di scuola giardino in contrapposizione a quella platonica ed aristotelica di fatto chiuse e selettive. Ricordiamo con piacere infatti che da Epicuro, considerato alla stregua di un santone dai suoi allievi, potevano frequentare anche le donne, questo a significare l’apertura mentale del filosofo e nel contempo la considerazione che lui aveva della donna, nulla a che vedere con quella delle scuole che l’avevano preceduto. La sua era molto più simile ad una ‘comune’ in cui ogni spazio-momento veniva utilizzato per la crescita del singolo e del gruppo proprio perché lui considerava “vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano” e la scuola a contatto con la terra da cui si producevano alimenti e che era dedita all’inclusione di tutti diventava davvero occasione – diremo oggi – dalla fuoriuscita dall’ignoranza e dal disagio ‘vampirizzato’ dalla psichiatria occidentale se si eccettua qualche sperimentazione presso i paesi del nord/europa come la Norvegia a cui si guarda con speranza.

Angelo Vita

(Psicopedagogista/docente di Filosofia e Storia)

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