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Il corpo… s-parla di noi!!!

Non c’è elemento, atomo, uomo, animale, vegetale… che non ci parli della vita e di come si struttura. Dei legami che legano il globale con le parti. Ogni giorno le occasioni che la vita ci presenta ai nostri occhi per rispondere al suggerimento delfico del ‘conosci te stesso’ sono così tanti e così molteplici che non ci sono ciechi che non vedano e sordi che non ascoltino. Il focus su cui volgo l’attenzione è il nostro stesso corpo… ma potrebbe essere anche un albero. Il tipo di lettura/teoria che propongo vuol essere solo un esempio tra i tanti che si possono prendere in considerazione per leggere la vita a partire dalla stessa vita.

Partiamo da noi dunque, dalla conformazione umana… se letta bene ci dà il senso, ci indica la strada migliore per crescere nel rispetto di ciò che solo noi siamo. Vuol dire che il conoscersi si fonda necessariamente su di noi.

L’uomo è – tra tutti gli animali – il bipide che tende a radicare in terra i suoi passi, come se madre natura gli avesse voluto ricordare di non dimenticare l’appartenenza alla terra, che ha creato le condizioni perché (lui) l’abitasse insieme a tutte le erbe e gli animali.
Il corpo nella sua verticalità ci rende superbi, alteri, unici… specie dopo la scoperta della tecnica (donataci in sacrificio da Prometeo  “colui che riflette prima”) l’uomo è riuscito a dominare gli altri animali pur rimanendone – ahinoi –  a sua volta dominato tanto da rischiarne l’estinzione.

Se volessimo provare a leggere il corpo che siamo al fine di trarne una teoria (dal greco theorein che vuol dire anche ‘osservare, vedere, contemplare’), non sembri azzardato pensare che, l’intera parte posteriore, ovvero, dalla nuca al tallone, ci calamita verso vissuti non risolti che si pongono come Epimeteo (“colui che riflette in ritardo”), fratello di Prometeo, quasi a volerci ricordare l’assonanza degli opposti rappresentata dall’etimo dei nomi dei due mitici fratelli.
Il passato/vissuto lo possiamo collocare sulla schiena, sulle spalle che ci sorreggono… simboleggiano per ciò la nostra parte scura, quella che facciamo fatica a vedere; il buio rispetto alla luce, il negativo rispetto al positivo, lo specchietto retrovisore rispetto al parabrezza… come dire che le parti posteriore/anteriore (di Giano bifronte) non sono altro che i nostri stessi opposti impegnati a coltivare l’ ‘entanglement’, l’aggrovigliamento o abbraccio, che permette alla vita la vita; alla notte di farsi giorno e al giorno di farsi notte. Gli opposti così visti non si respingono perché impegnati in quell’incastro fusionale del ‘bianco che abbraccia il nero’, così simile alle particelle presenti nel multi(uni)verso che consente loro di comunicare aldilà dei luoghi e degli spazi che, apparentemente, li separano.

La schiena, così letta, fa da spin-terogeno o da freno che ci permette e/o impedisce di sperimentarci nel presente dove risultiamo più esposti perché, immediatamente, visibili ed intendi a fare i conti col nostro progetto di vita. Pro/getto in quanto gettati nell’esistenza insieme al carico di condizionamenti ‘cucinati’ dai nostri vissuti biopsichici, sociali, etnoculturali, economici e religiosi.
La schiena/passato rappresenta, secondo questa teoria, il nostro hard disk, il nostro archivio fatto di luci ed ombre… di quell’entanglement che fa di noi qualcosa di unicamente irripetibile. L’anteriore/presente prospettico, simboleggia invece lo stato quiete, la condizione che viviamo in atto, sia sintomatica (di malessere) che non (di benessere). Si ricorda che nell’odierna società iperconsumistica il disagio – nelle sue, innumerevoli, varianti – è una condizione a cui fare riferimento e da cui partire per sostituire o innestare nuovi me.me. (mediatori metastorici) che contribuiscano a rendere il nostro ‘viaggio psichè’ più armonioso possibile. Evidentemente lo sguardo, che ci contraddistingue, è come la punta dell’iceberg, è l’effetto; è ciò che si vede e si sa del percorso di vita che ci stiamo vivendo e/o che appare agli occhi di chi ci osserva.

L’altra faccia di Giano (bifronte) contiene la parte di iceberg invisibile; la causa; ciò che non appare agli occhi di chi ci osserva e a volte nemmeno ai nostri stessi. È quella parte di Giano, immersa/persa nelle profondità dell’anima, che va vista, ri/vista, indagata, ascoltata, aiutata a partorire, a ri/nascere, per crescere nelle sue parti ancora infantili che sono alla ricerca della propria ed agiata adultità.

La schiena, per antonomasia, si presta ad essere bersaglio di tradimenti, di atti vili, che vengono e maturano nell’hardisk del nostro essere stati e non essere ancora… è il luogo/spazio più a rischio di morte, non per niente l’evacuazione delle feci coincide col fondo schiena. Le feci rappresentano la morte e quando vogliamo offendere qualcuno ne facciamo ab-uso. La loro espulsione allontana ciò che non serve più, ciò che è morto… l’alimentazione, al contrario, avviene per via orale, nel davanti del corpo, ed occupa una parte del viso (dal latino visus -us, in origine astratto di vidēre‘, vedere’ e cioè ‘vista, sguardo’), come anche l’allattamento e la stessa procreazione… è la parte frontale di Giano che ci permette di porci in relazione e di godere della nostra parte (vitale) antropica; è la bocca, lo sguardo, l’aspetto anteriore, che ci distingue e ci identifica per ciò che siamo e/o appariamo al mondo.

Quello che comunica il nostro aspetto/sguardo è molto di più di ciò che può comunicarci la parte posteriore aldilà di qualche giudizio estetico più o meno lusinghiero. Gli organi che alimentano ed animano il corpo sono stretti pertanto in un ‘entanglement’, in una sorta di sandwich che rende gli opposti indispensabili alla vita che siamo. Non possiamo dare più valore ad una parte del corpo rispetto all’altra. In questo caso non saremmo un organismo ma una somma di organi; sarebbe come se la nostra crescita si fermasse alla fase embriogenetica quando invece è determinante quella fetogenetica; fase che permette agli organi di interagire tra di loro ed iniziare quel percorso di crescita che ci proietta verso il ‘parto’ della maturità biopsichica. Il positivo dunque ed il negativo, le parti anteriori e posteriori del nostro corpo s’intrecciano interscambiandosi e confondendosi a tal punto da far ritenere fuorviante la teoria aristotelica del principio di contraddizione. Non c’è co tradizione tra gli opposti perché sono dei generatori di nuova vita e non possono escludersi perché- checché se ne dica – interagiscono sempre e comunque, nel bene e nel male. La visione biunivoca della vita è così riduttiva che non spiega il nostro viaggio ma lo riduce a formulette infantili e prive di respiro. Sapere che gli opposti sono indispensabili e funzionali alle scintille che siamo è un passo avanti per rinascere a nuova vita.

Angelo Vita

Pedagogista – Docente di Filosofi e Storia

 referente Fondazione Nuova Specie Sicilia