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Pd, corsa a 7 per la successione di Renzi, I profili dei candidati

I democratici preparano il Congresso che porterà il partito, con le primarie, alle elezioni del prossimo Segretario. I big appoggiano in ordine sparso i candidati alla successione dell’ex premier, in un panorama frastagliato, il vincitore rischia di non avere tutto il partito alle spalle. Ancora incerta la data del congresso, il 3 marzo 2019 le primarie.

Alla corsa per prendersi la poltrona che fu di Matteo Renzi, (quello che dichiara che la sinistra deve chiedere scusa a Berlusconi!!) ereditando le ceneri di un PDaffondato nelle urne il 4 marzodel 2018, si presentano in sette. Qualcuno li ha definiti, con cattiveria, i 7 nani, a sottolinearne la mancanza di leadershipall’interno del Pd. Nani perché i piddini arrivano in mini pattuglie: c’è chi cerca spazio, altri rivendicano una rottura definitiva con il passato, qualcuno difende posizioniconsolidate nel tempo. C’è chi cerca di scrollarsi di dosso legami con l’era del renzismocome Marco Minniti, e chi quel passato vicino al segretario, lo rivendica. Chi ha definito la politica di Renzi liberale di sinistra (un ossimoro) come Cesare Damiano, chi vicino a Renzi non ci è mai stato, Francesco Boccia, e chi si presenta da totale outsider,Dario Corallo, con l’intento di rovesciare il tavolo accusando i big di aver fallito, e infine l’unica donna candidata, ma semisconosciuta ai più, Maria Saladino.

Tutti, a giudicare dai sondaggi, dovranno fare i conti con un popolo che naviga in un mare in tempesta e andrà a votare alle primariealla rinfusa, sparpagliando i voti, e con la non certa partecipazione massiccia del popolo delle primarie, oggi confuso, deluso e senza entusiasmo.

Il favorito resta Nicola Zingaretti, che trova un consenso trasversaletra la base dei circoli e da molti big. Nelle prossime settimane, i termini per la presentazione delle candidature sono aperti fino al 12 dicembre, il panorama potrebbe anche cambiare, diminuendo il numero dei candidati o allargandolo. Prodi dice di leggere troppi nomi e pochi programmi in questo congresso.

Comunque questi i sette candidati alla segreteria del Pd e le loro alleanze.

Nicola Zingaretti, il governatore del Lazio.

Romano, 52 anni, è governatore del Laziodal 2013, confermato alle elezioni del 2018. Nel 1991 è eletto segretario nazionale della Sinistra giovanile e nel 2000 segretario romano dei DS. Nel 2004 arriva al Parlamento europeoe nel 2008 Presidente della Provincia di Roma. Propone discontinuitàrispetto alle scelte recenti, sia nella forma partito, sia nelle politiche, sia nel dialogo con le altre forze di centrosinistra. I detrattori interni al partito lo tacciano di filo-grillismo. Accanto a lui si sono schierati circa 200 sindacitra cui quello di Bologna, Virginio Merola, e big del partito come Dario Franceschini. Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, Piero Fassino, Luigi Zanda(quello che “dobbiamo aiutare Forza Italia a diventare un partito Europeo”, ma non spiegava chi la doveva aiutare), Roberta Pinotti e Monica Cirinnà. Ma questi nomi che appartengono certamente all’establishment anche se porteranno sicuramente i voti di apparato non porteranno sicuramente consensi di opinione.

Maurizio Martina, il segretario dimissionario.

Quarant’anni, nato in provincia di Bergamo, nel 2002 è eletto Segretario regionaledella Sinistra giovanile. Nel 2006 è segretario dei Ds della Lombardiae nel 2010 entra nel Consiglio Regionale. Diventa Ministro dell’Agricolturacon il governo Letta, mantenendo l’incarico con gli esecutivi Renzi, di cui era vice ai tempi del predominio nel Pd, e Gentiloni. Dopo le politiche del 4 marzoe le dimissioni di Renzi ne prende il posto. La candidatura, presentata in un ex circolo del Pcinel quartiere San Lorenzo di Roma, è motivata con l’esigenza dell’unità del partito, per evitare una rottura tra renziani e antirenziani. Martina adesso si presenta in tandem con Matteo Richetti che si definisce renziano dissidente e che prima aveva lanciato la sfida in solitaria L’ex segretario è sostenuto dal capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, e l’ex governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.

Marco Minniti, il ministro che fermò gli sbarchi, lasciandoli marcire nei lager libici con l’ombra del ‘commissario’ Renzi.

Calabrese, 62 anni, entra da giovane nel Pci, divenendo segretario di Reggio nel 1988 e nel 1992 segretario regionale del Pds. Nel 1998 diventa sottosegretario alla Presidenza nel governo D’Alemae nel 2001 entra in Parlamento. Nel 2013 è sottosegretario con delega ai Servizi Segretinel governo Letta, incarico confermato nell’esecutivo Renzi. Chiamato al governo da Paolo Gentiloni diventa ministro dell’Interno. Nella sua corsa è sostenuto da circa 500 sindaciè legato ai temi della sicurezza e alle sue spalle si staglia l’ombra di Matte0 Renzi, Lui nega, ma non è facile, per lui, scrollarsi di dosso la sua totale fedeltà al governo e alla Segreteria dell’ex Segretario.

Francesco Boccia, il pugliese che vuole dialogare con il M5s:

Nato a Bisceglie, 50 anni, sposato con Nunzia De Girolamo, è Professore diEconomiadelle Pubbliche Amministrazioni. Consigliere economico di Enrico Lettaal ministero dell’Industria dal 1998 al 2001, aderisce alla Margherita. Nel 2005 ha sfidato Nichi Vendolaalle primarie in Puglia e nel 2008 entra per la prima volta alla Camera, divenendo nel 2013 presidente della Commissione Bilancio. L’innovazione, l’apertura del partito alle giovani generazioni e il dialogo con M5ssono al centro della sua candidatura. Boccia, che al momento ha il sostegno del governatore della Puglia Michele Emilianoche però è stato visto anche alle iniziative di Saladino, è attento tra l’altro alle ragioni del Sud.

Dario Corallo, l’outsider con l’obiettivo di resettare il Pd: “Abbiamo fallito”

Romano, 30 anni, è laureato in Filosofia ed ha collaborato con Maurizio Martina al ministero dell’Agricoltura. Figlio di militanti di sinistra, si è iscritto da ragazzo ai Ds e poi al Pd. Il candidato cresciuto nei Giovani Democraticipropone una netta cesura sia sulla forma partito, con il ritorno a una centralità degli iscritti, sia sulle politiche economiche e sociali. Tra le altre cose, propone la nazionalizzazionedi tutti i servizi. Finora si è distinto in particolare per gli attacchi ai dirigenti (“Avete fallito”, ha ripetuto più volte) e sullo stato del partito: “Dobbiamo resettarequesto Pd e mettere su un partito nuovo”. ed ha ripetuto più volte che il Pd, “va ricostruito dalle fondamenta”.

Cesare Damiano, l’ex Ds e ministro del Lavoro contrario al Jobs Act renziano

Nato 70 annifa a Cuneo, entra nel sindacato Fiom-Cgilpoco più che ventenne, assumendo via via incarichi locali e nazionali. Nel 2001diventa responsabile Lavorodei Ds e nel 2006 è eletto per la prima volta alla Camera, divenendo Ministro del Lavoro col governo Prodi. La sua mozione chiede una forte discontinuitàsulle scelte politiche a partire dal Jobs Act. Damiano è stato uno dei primi a pubblicare il suo programmabasato su tre parole d’ordine: uguaglianza, lavoro e democrazia.

Maria Saladino, la foglia di fico per riempire il vuoto femminile?

Nata a Castrovillari, si è iscritta al Pd dal 2014e si era già candidata alle ultime Europeenel Collegio Italia Meridionale. Il 28 settembre scorso è apparsa a Montecitorio per presentare un’Associazione politico-culturale di cui è presidente. In sua compagnia c’era il presidente della Regione PugliaMichele Emiliano. Poi, lunedì 26 novembre, l’annuncio della candidatura: “Ho deciso di rivolgermi ai Circoli ed alle Piazze, perché riconosco il difficile ruolo di trinceache si vive sui territori e come la gente, che vive bisogni e disagi, sia sfiancata socialmente”. Nel comunicato, anche il ricordo di “una rete di giovaniche sfidarono la difficoltà di trovare spazio per dichiarare la necessità di “rinnovamentoe cambiamento all’interno del nostro partito”. Unica candidata donnaalla segreteria del Pd.