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Perché in Sicilia non si legge?

Giorni fa mi sono trovato a leggere una statistica sulla lettura di libri in Italia dove veniva anche fatto un esame dettagliato fra le diverse latitudine dal nord al sud passando per la Sardegna.

Una indagine da dove si deduce che i numeri sono spietati e vanno letti senza sconti ma cercando di leggerli nella loro amara realtà per cercare di coglierne il loro messaggio per, ove possibile, porvi rimedio prima che sia troppo tardi.

Mi è venuto in mente di fare un raffronto sulla presenza a Favara della piccola distribuzione di libri e giornali tra circa un ventennio fa e oggi.

Aiutandomi con la memoria sono andato indietro nel tempo e, pur con qualche possibile errore, sono riuscito a trovare in quella Favara la presenza di un paio di librerie e dodici edicole o comunque rivenditori di quotidiani e settimanali. Il confronto con l’oggi è impietoso e che non si giustifica, a mio parere, solo col la nuova tecnologia, oggi nella nostra città con circa 35.000 mila abitanti non esiste più nessuna libreria e per poter comprare un quotidiano o un giornale qualsiasi ci sono appena quattro punti vendita di cui tre sono rivendite tabacchi.

Mi piacerebbe che ci fosse uno studioso che potesse farci capire il nesso, se c’è, tra la decadenza culturale e la situazione sociale, economica, occupazionale, reddito pro-capite, situazione infrastrutturale, criminalità, situazione di disagio, capacità imprenditoriale e di aggregazione, classe politica ecc.

Ma ritorniamo al report per leggere e cercare di capire come la situazione culturale in Sicilia sia drammaticamente precipitata.

“Solo il 25,3% dei siciliani apre un libro almeno una volta all’annomentre la Sardegna, altra isola, raggiunge il 38,6%, al Nord sono il 46,1%, al Centro il 42,4%”

Non è solo una questione statistica: è un grosso problema culturale che dovrebbe far suonare tutti gli allarmi. Ma in Sicilia gli allarmi suonano sempre a vuoto, infatti anche questo statistica è passata in silenzio. 

La Sicilia, terra che ha dato i natali a luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giovanni Verga, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Salvatore Quasimodo, luigi Capuana, Antonio Russello, Ignazio Buttitta, Giovanni Meli e tanti altri oggi è la regione d’Italia dove si legge meno.

“Il mercato editoriale conferma questa tragedia: Sud e Isole assorbono meno del 20% dei libri venduti in Italia, pur rappresentando il 34% della popolazione”. Anche l’economia decreta la sua sentenza: in Sicilia i libri non si vendono perché non si legge.

Nel Meridione ci sono il 30% in meno di librerie rispetto alla media nazionale. In Sicilia la situazione è ancora peggiore. Palermo città (700.000 mila abitanti), capoluogo di regione, ha meno librerie di Bergamo (120 mila abitanti). Catania (314 mila abitanti), seconda città dell’isola, ne ha meno di Parma (202 mila abitanti). E in provincia la situazione è drammatica: interi comuni senza una libreria che sia tale.

I siciliani hanno scelto di subire l’ignoranza invece di combatterla.

I dati universitari siciliani sono una Caporetto intellettuale. La Sicilia la Calabria e la Campania rispettivamente con il 40,1% di giovani né studenti né lavoratori (Neet), il 39,9 e il 38,1 sono impietosamente all’ultimo penultimo e terzultimo posto.

Nel Nord la Liguria che è messa peggio, arriva al 21,1%. Quasi venti punti percentuali di differenza. Un abisso.

Solo il 60% dei diplomati si iscrive all’università. E di questi, oltre il 20% abbandona dopo il terzo anno. Significa che dei 100 ragazzi che prendono il diploma, solo 48 arrivano alla laurea. Gli altri? dispersi nel nulla.

Gli studenti che arrivano all’università non hanno mai letto un libro intero. Comprano i riassunti, studiano sui bignami, cercano la scorciatoia invece della strada principale

Il risultato? Laureati che non sanno scrivere correttamente, che non hanno mai affrontato un testo complesso.

Si preferisce comprare l’ultimo smartphone piuttosto che un libro (perché i libri, si sa, sono cari mentre gli smartphone… ).

Il risultato è una generazione cresciuta senza libri, senza curiosità intellettuale, senza senso critico, senza quella fame di conoscenza che è il motore di ogni civiltà.

La politica siciliana? ha le sue responsabilità. Mentre si spendono milioni per sagre e manifestazioni folcloristiche, si lasciano morire le librerie. Mentre si inaugurano rotonde (450.000 € per una rotonda nelcapoluogo) e si asfaltano strade d’urgenza, si chiudono i centri culturali. Le priorità sono chiare: l’immagine conta più della sostanza, l’apparenza più del contenuto.

I politici siciliani dimenticano che la cultura è un investimento quotidiano, non una sagra domenicale.

È la politica del consenso facile, del voto scambiato per una promessa di lavoro, del clientelismo che premia l’ignoranza e punisce l’intelligenza. Una politica che ha fatto della Sicilia una terra dove essere colti èsospetto, dove studiare è da “pirinnello” (Pirandello), dove con la cultura non si mangia (Brunetta docet).

La Lombardia ha una libreria ogni 8.000 abitanti, la Sicilia una ogni 25.000. In Veneto si vendono 12 libri per abitante all’anno, in Sicilia non si arriva a 4. In Toscana le biblioteche sono aperte anche la sera, in Sicilia chiudono all’ora di pranzo.

Non è questione di soldi. È questione di priorità. La Sicilia spende di più per i fuochi d’artificio delle feste patronali che per i libri. Investe di più nelle sagre che nelle biblioteche. Considera la cultura un lusso, non una necessità. Ha scelto la tradizione contro l’innovazione, il passato contro il futuro.

«Luigi Pirandello scriveva della necessità di uscire dall’isola per affermarsi: “Cu nesci, arrinesci” – chi esce, riesce. Ma oggi si potrebbe aggiungere: chi resta, si spegne».

Il risultato di questo disastro culturale è un popolo che non sa pensare al proprio futuro, affamato di prospettive, che subisce invece di decidere, che segue invece di guidare.

È il paradosso di un’isola ricca di tradizioni e di storia che però ha perso la memoria, ricca di intelligenze che ha scelto l’ignoranza. Una terra che potrebbe essere laboratorio di cultura mediterranea e un ponte col mondo arabo e invece si è mummificata, un’isola che ha scelto di non scegliere. Un’isola da dove vanno via migliaia di laureati ogni anno e spesso i migliori.

Nella vita è sempre una questione di scelte e la Sicilia ha scelto l’ignoranza contro la conoscenza, la facilità contro la fatica, l’immediato contro il duraturo, di essere consumatrice invece che produttrice, importatrice invece che esportatrice, seguace invece che leader.

Forse non è stata una scelta consapevole, ma una deriva. Una capitolazione davanti alla modernità, una fuga dalla complessità, un rifugio nell’ignoranza come bene di consolazione.

E ora paga il prezzo di questa scelta. Nel 2024 peggiorano tutti gli indicatori della lettura, ma in Sicilia erano già al livello di guardia. Ora sono al livello di emergenza.

Il futuro si scrive oggi, una pagina alla volta. Ma in Sicilia, le pagine non le gira più nessuno.

Un popolo che non legge è un popolo che ha già scelto di non esistere domani. La cultura è senso critico che fa scegliere qualcosa al posto di un’altra, che fa discernere il bene dal male, il progresso dall’involuzione, la prospettiva dall’immobilismo, lo statista dal politico.

La cultura è il trampolino della democrazia e del progresso.

Il professore Galli della Loggia sul Corriere in questi giorni ha scritto una lunga riflessione sull’emergenza lettura in Italia. Il professore ci dice che l’Italia è un Paese ignorante e questa è un’emergenza. “Siamo tra gli ultimi in Europa come numero di diplomati di scuola superiore, al penultimo posto per numero di laureati (il 42 per cento degli iscritti all’università abbandona dopo il primo anno) e con forti squilibri tra Nord e Sud (nel Mezzogiorno solo un giovane su cinque è laureato)”. Titoli di studio a parte, il Censis ci spiega che sono sempre di più gli italiani che non capiscono un testo semplice. E secondo un rapporto dell’Aie, l’Associazione italiana editori, le percentuali dei lettori si assottigliano (il 38 per degli italiani tra i 15 e i 74 anni non ha comprato neanche un libro negli ultimi dodici mesi e solo il 73 per cento dichiara di averne letto almeno uno). Il professore dice che si tratta di una catastrofe culturale di cui alla politica importa poco. Io, suffragato dal pensiero dei grandi pensatori, penso che alla politica interessa poco perché leggere può creare indipendenza – un popolo di ignoranti è un popolo di sudditi, assai più facile da ammaestrare.

L‘idea di un Piano Nazionale per la Lettura, del professore Galli della Loggia – che sia “uno sforzo coordinato e continuo, su più livelli” sembra buona di cui certo si dovrebbe far carico il ministero competente.

Ma servirebbero anche le voci degli intellettuali, se in questo Paese ne è rimasto qualcuno indipendente, che ci ricordi il significato delle parole impegno e libertà per mettere al bando la sudditanza.