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Una risposta antropologica al dis-agio? C’est possible… insieme!!

…anche alle tre di notte mio papà dava inizio alla giornata, specie s’era tempo di mietitura. Osservando i nostri ragazzi ritorno a pensare a quella falce – superata dalla mietitrebbiatrice – che di primo mattino armava quella mano contadina nella convinzione di fare una buona provvista familiare, magari confidando su un soverchio da vendere. Il grano falciato mi porta a comprendere meglio il passaggio dal villaggio-mondo al mondo-villaggio i cui confini sono confusi e le cui strade sono attraversate continuamente da tanti fenomeni diversi ed opposti.

Il “mutamento antropologico” in atto ha annullato i riferimenti culturali, istituzionali e sociali a cui l’uomo era abituato, rendendolo debole e frantumandolo delle sue varie parti, pertanto, l’individuo oggi sente di essere rimasto “orfano” di una visione e di un’organizzazione della vita che possa dargli salute e armonia. I modelli culturali tradizionali a cui siamo abituati, non sono più sufficienti per affrontare il disagio. Con mio papà, dunque, se n’è andato un tempo che non è più di questo tempo, perché fatto di stenti e di leggerezza, di sacrifici e di convivialità, di fame e di solidarietà, di soggezione genitoriale e di rispetto, di lavoro e di festa, di privazioni e di altruismo, di analfabetismo e di voglia di acculturarsi, di cambiare la propria condizione… allora c’era una nuova ambizione: tutti avrebbero potuto farcela e molti ce l’abbiamo fatta.

I ragazzi di oggi sono stati falciati come il grano, anziché dalla mano operosa/callosa del contadino, da un modello socio/economico/culturale maschilista, iperconsumista, fallimentare e senz’anima. È un modello liquido in balia delle onde, delle alte maree, dell’inedito, dell’incertezza e – diciamola tutta e sino in fondo – dell’ignoranza più becera. Mentre prima si investiva sulla cultura, sulle professioni e sull’artigianato ora si investe sul cosiddetto ‘analfabetismo di ritorno’, sulla manipolazione delle masse, su un mercato sublimale che induce al ‘vassallaggio’ gestito – ahinoi – dai pochi faraoni della finanza e delle multinazionali che detengono la maggioranza delle ricchezze planetarie e che di certo si guardano bene dal far crescere nuove classi dirigenti forgiate da una cultura liberatrice e democratica, per loro, controproducente.

Incontrare gli sguardi di molti nostri ragazzi e leggerne lo smarrimento, la difficoltà di concentrarsi sulle lezioni in classe, l’apatia ed in parte l’indifferenza verso quel mondo-scuola che è stato il volano del nostro osare per andare oltre la condizione dei nostri genitori, ci porta a diagnosticare un disagio che non può essere sottaciuto, perché va prognosticato. Fermarsi agli sguardi annichiliti dal disagio non può essere un punto d’arresto, ma va letto come una nuova opportunità/startper cambiare il guardarobae dare vita ad un nuovo lookpiù vicino alla vita da cui ci andiamo allontanando.

Il villaggio/mondo nella sua ‘miopia’si alimentava di punti-fermi, di certezze epistemologiche religiose, filosofiche e scientifiche. I figli seguivano le orme dei genitori senza se e senza ma; seguivano i dettati rituali della Chiesa senza chiedersi il ‘perché’ e senza farsene un problema. Il rispetto piramidale e gerarchico-patriarcale era incontestabile e, pertanto, se ne prendeva atto… e basta. L’avvento del mondo/villaggio(il nostro) ha rovesciato i ‘punti-fermi’, la ‘piramide gerarchico-patriarcale’, i dettami ecclesiastici.

Imploso un villaggio/mondo, che ha affondato le sue radici nei millenni, ci siamo trovati ‘gettati’ in un mondo/villaggiodalle fondamenta d’argilla, vacillante, infante, incapace ancora a fare i suoi primi passi verso un orizzonte inedito che solo gli ‘esploratori’, i nuovi ‘Colombo’ sono in grado di accompagnare verso la crescita di nuovi punti di vista più vicini alla vita. Riuscire a traghettare il nichilismo, l’apatia, l’indifferenza, la narcosi collettiva, che ci incastra verso il suo opposto, non è semplice… ed è per questo che può diventare interessante. Ciò che ha alimentato le nostre radici, il nostro stelo ed il grano falciato, non è del tutto morto. Anzi. Il grano – che siamo – può alimentare tante altre spighe, di certo molte di più di quelle mietute… ergo dipende anche da ciascuno di noi.

Il disagio ci allontana da noi non per un disegno diabolico subliminale, ma perchè insito al senso del viaggioche inizia con la vita per durare tutta la vita.

Ogni attimo, ogni giorno della nostra esistenza non è mai identico al precedente specie se ci riconosciamo quel potenziale unico vitale che si alimenta di ‘dynamis’vero anticorpo per scrollarci di dosso le parti/mortee stagnanti che resistono al cambiamento che il panta rheieracliteo bene descrive. Ed è per questo che bisogna essere impegnati a ri-cercare e definire un punto di vista, nuovo che sia generatore di un “metodo” in grado di sanare in profondità i sintomi-difficoltà che presenta l’odierna società, dal carattere iper/consumista,  rigenerando l’individuo nella sua interezza e facendolo tornare in agio, ovvero avvicinandolo a sè, al proprio intero, a “ciò che solo lui è”.

Una simile rigenerazione dovrà fare venir fuori una nuova qualità di vita non solo nel rapporto con ciò che solo ognuno di noi è, ma ne i rapporti sociali ed interpersonali, così da caratterizzare un percorso di emancipazione e di liberazione dai disagi esistenziali che il mondo-villaggio presenta ai nostri occhi… un po’ smarriti.

 

Angelo Vita (Pedagogista – docente di Filosofia e Storia)