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Le angherie del muro d’Ungheria

Il Programma Operativo Nazionale (PON) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, è stato occasione al Liceo Statale “M. L. King” di approfondimento delle problematiche inerenti la cittadinanza in ogni sua declinazione. Ci è sembrato, pertanto, utile avvicinare gli studenti (che hanno partecipato al corso) al senso che tale concetto assume in un mondo pervaso dalla globalizzazione in cui la cittadinanza non può essere confinata nel Paese d’origine ma, oramai, va estesa ovunque. Nasce da questa premessa l’idea di mettere a fuoco la condizione dei tanti rifugiati che cercano asilo per costruirsi un avvenire. E l’arte n’è stata la protagonista.

  • Li abbiamo visti i giovani Afghani nel viaggio verso il loro futuro.
  • Li abbiamo visti scappare dalla sofferenza, dal pregiudizio, dal terrore talebano, da un presente fatto di miseria ed ignobiltà. E mentre li osservavamo sopravvivere  nella morsa del freddo e nella speranza di andare avanti, ci sentivamo attratti dai loro visi giovanili e gioviali, resilienti e vitali.  Niente, abbiamo pensato, può fermare il loro ‘sorriso’ diretto ‘oltre la siepe’del muro che si staglia loro contro per impedirne il cammino.

 

A guardia di un muro di metallo e filo spinato – lungo 175 Km ed alto 4 metri – ci sono loro, gli uomini di ‘Orban’. Stanno ovunque. Armati di tutto punto contro un esercito di indifesi. Li controllano coi droni, coi fucili, i manganelli, coi cani… e ne vanno pure orgogliosi.

  • Abbiamo visto, a custodia di questo muro di no, anche il sindaco vantarsi di scagliare il suo cane contro un popolo di uomini inermi.
  • Abbiamo visto nei volti dei giovani afghani la voglia di vivere e di ricercare nuove occasioni di futuro negate nel loro Paese.
  • Abbiamo visto tra gli sguardi e gli occhi sofferenti, tra le ferite di un popolo in cammino, tra il sorriso di chi non ha alcuna intenzione di fermarsi davanti a niente… la povertà ‘opulenta’ di un’Ungheria inospitale, di un’Europa impreparata a rispondere a richieste incessanti di aiuto.
  • Abbiamo visto la fragilità con la quale l’Ungheria mostra le sue angherie. Sembra un gioco di parole definire l’Ungheria angherosa, ma non si può rimanere indifferenti bisogna re-agire. Ed è questo che ci siamo detti – all’interno del Progetto sulla Cittadinanza Attiva a cui i ragazzi hanno partecipato senza se e senza ma.

 

Nasce da questa consapevolezza la voglia di dire la propria, di lasciare un segno di condanna verso chi ritiene d’essere proprietario e custode del ‘proprio’  territorio (?) contro tutto e contro tutti. Le impressioni che abbiamo raccolto durante il Progetto i ragazzi li hanno volute incidere su tela per dare voce a chi grida contro i sordi; per dare speranza a chi viene cacciato a manganellate o diventa, suo malgrado, preda  dei cani dei tanti ORBAN. Eppure i cani che vengono aizzati contro persone inermi ci parlano della crudeltà di chi li sguinzaglia.

All-focus

Se la grandezza ed il progresso morale di una nazione si giudica dal modo in cui vengono trattati gli animali, risulta evidente la distanza che separa la classe dirigente ungherese dalla civiltà… eppure il popolo ungherese ha una storia di tutto rispetto che merita ben altra sorte, più responsabile e più attenta ai diritti sacrosanti di chi fugge la tirannide e la persecuzione.
Nasce così il lavoro su tela che presentiamo.

Tela, dal latino ‘texere’ sta a significare la voglia di tessere, mettere insieme, costruire una trama per dare senso ad un’idea che nel nostro caso stiamo cercando di definire in positivo perchè vogliamo far leva, dare ‘voce’, ai tanti che affrontano l’esercito ed i cani col sorriso di chi non arretra, di chi sente di essere figlio di un mondo in cui i confini si dovranno trasformare in soglie, la disperazione in speranza, la tirannide in rispetto verso l’ultimo tra gli ultimi dei nati in questa terra, in questo pianeta, in questa vita.

L’arte per noi è un mezzo/strumento di sensibilizzazione più potente dei morsi di un cane sguinzagliato dal Sindaco, di un esercito autorizzato a colpire coi manganelli, di una burocrazia che fa di tutto per contrastare i diritti dei rifugiati… ed è un’arte, la nostra arma, che denunzia le tante nefandezze e spinge su prospettive di convivenza, di solidarietà e fratellanza. D’altronde quanti scappano da quei Paesi non hanno scelto di nascerci. Il caso l’ha voluto, ma non può farsi destino. Non è giusto. In tal senso stiamo più con Marx  che con Hegel. Lo scopo di questo lavoro è fare in modo che nessuno rimanga indifferente davanti a tragici episodi, bisogna alzare il tiro, creare installazioni che urlino ancora più forte contro tutti i muri del mondo.

Scriveva Gandhi : “Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposto a uccidere.” Evidentemente – lui stesso prosegue – “La coscienza non è la stessa per tutti.’ Ragion per cui l’opera della scuola è continua, non si ferma perch’è a tutela della civiltà, della cittadinanza attiva, di un mondo più ospitale e non più ostile.

Il volto, i volti – qui rappresentati – che non si voltano, ma guardano impietositi la ferocia indotta da tanta disumanità, perché stracolma di miseria, d’egocentrismo egotico, di paura d’essere inglobati nella disperazione di popoli che spingono alla ricerca di un nuovo modo di stare nel mondo, di un nuovo Paese più accogliente, di un futuro meno ostile di un passato amaro di vissuti sempre presenti, ci chiedono di essere più umani e la scuola questo fa.. Le paure delle società opulente europee si trincerano, ancora,  di muri, di filo spinato, di eserciti pronti a colpire coi manganelli e con le armi, di cani da sguinzagliare ed è per questo che la scuola non può abbassare la guardia. Anzi, lancia la sfida per un mondo più umano.

Angelo Vita (Pedagogista e docente di Filosofia e Storia)