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‘Se io avessi previsto tutto questo…’

L’arte, la poesia, le canzoni… arrivano sempre prima di noi a vivere situazioni/condizioni impensate ed impreviste. E sono proprie le cose impreviste quelle che danno sostanza a quanto ci viviamo. Se ci facciamo caso anche nel nostro quotidiano i programmi che ci facciamo fanno i conti con incontri/avvenimenti inediti sovrabbondanti che determinano – nel bene e nel male – la qualità della nostra giornata, rendendola unica ed irripetibile.

Le cosiddette ‘guerre/lampo’ sono durate anni e non settimane, perché gli strateghi/guerrafondai possono dare l’incipit ma non governare gli eventi. E quando ci troviamo dentro il ‘vortice’ dell’esistenza/inedita riceviamo così tanti input da condizionare il nostro modo di stare nel mondo attraverso azioni/reazioni istantanee che fanno di noi ciò che siamo. D’altronde se tutto fosse ‘previsto’ (visto-prima) verrebbe meno l’originalità-autenticità degli attimi che danno senso alle nostre giornate.

Quello che ci sta capitando in questo periodo equivale ad un elettroshock. Il coranavirus ha avuto proprio l’effetto di attaccare in maniera globale il nostro ‘stato quiete’ il nostro angolo ‘α’ (alfa) che corrisponde alla nostra identità e costringerci a farci transitare verso un nuovo punto di vista che prenda atto della crisi di modelli socio-economici, culturali, sanitarii ed etici in disfacimento a causa di una crisi sistemica che trova nella guida ‘maschilarcata’ – direbbe il dott. Mariano Loiacono – la base scivolosa che ci ha portati nella condizione di dover ricostruire nuovi angoli ‘α’ più rispondenti all’esistenza che siamo chiamati a viverci, secondo modelli da sperimentare a da rifondare ex novo. Un ‘virus’ che mette in quarantena un mondo ipertecnologizzato ci ricorda la paura dell’elefante dal topo; la sconfitta di Golia da parte di Davide. Chi avrebbe scommesso ‘una riga’ su quanto accaduto? Solo i grandi creativi hanno questa lungimiranza. Bille Gates, è uno di questi, l’aveva previsto in tempi non sospetti. Diceva: Non sarà una guerra a uccidere milioni di persone ma un virus molto contagioso”. “Quando eravamo ragazzi il disastro di cui ci si preoccupava era la guerra nucleare. Oggi il rischio più grande di catastrofe globale è un virus. Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone – diceva Gates – nei prossimi decenni è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili ma microbi. Il motivo è che abbiamo investito cifre enormi in deterrenti nucleari ma abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un’epidemia. Non siamo pronti per la prossima epidemia. Prendiamo l’Ebola. Il sistema non ha funzionato, non avevano gruppi di epidemiologici pronti a partire, i dati erano imprecisi. Una grande epidemia richiede centinaia di migliaia dioperatori. La mancanza di preparazione potrebbe permettere alla prossima epidemia di essere terribilmente più devastante di Ebola.

La prossima volta non potremmo essere così fortunati. Potrebbe arrivare un virus che non ci fa stare tanto male consentendoci di prendere aerei e treni. Un virus come l’influenza spagnola che si diffonde per via aerea facendo milioni di morti. La Banca mondiale stima che se ci fosse un’epidemia di influenza globale il danno stimato sarebbe di tre trilioni di dollari e milioni e milioni di morti”.

Solo gli artisti, i creativi, i saggi direbbero all’unisono i filosofi greci sanno pre-vedere. Loro riescono a cogliere dalla storia le criticità che ci proiettano verso nuovi angoli ‘α’ capaci di dare inizio a nuovi viaggi verso equilibri in grado di governare il mondo-vissuto attraverso la ricerca di modelli idonei a dare risposte più rispondenti ai bisogni dell’umanità.

Il coronavirus se avesse voce griderebbe (come sta facendo diffondendosi) la sua ‘condanna’ prima accennata da Bille Gates di avere “investito cifre enormi in deterrenti nucleari ma … pochissimo in un sistema che possa fermare un’epidemia…”. Ed in queste ‘grida’ che decretano la ‘morte’ di tutte quelle parti/modelli costruiti sulla sabbia (atomiche ed armi di distruzione di massa) emerge anche una via che anche i ciechi vedono: rispettare la natura (invasa/deturpata/inquinata/violata) e cambiare rotta. La velocità dovrà cedere il passo alla lentezza, all’aria tersa, alla rivalutazione della vita rurale, alla decrescita, ripeto decrescita tecnologica, alla riscoperta dello stare insieme senza cercare il piacere nell’evasione dello ‘sballo’. Bar, pab, videogiochi… declassiamoli. Assestiamo un colpo mortale alle droghe, alle sigarette… a tutto quello che non migliora la qualità della vita…  è questo il passaggio che meritano le ‘grida’ del coronavirus per dare senso al nostro ‘rialzarci’ con un angolo identitario ‘α’ in grado di accompagnarci verso l’angolo β (Beta) o dell’elaborazione di una prospettiva possibile protesa in direzione di un mondo nuovo dove al centro dell’esistenza ci stia l’esistenza di tutti gli esseri viventi e non solo della nostra specie. In quest’ottica il passaggio dall’angolo della progettazione, dell’elaborazione di una prospettiva sostenibile, all’angolo γ (Gamma) ci permette l’attraversamento da un punto di incertezza e di prospettiva teorica contrassegnato dall’angolo β a quello della leggerezza, della festa propria del nuovo approdo verso un modello che lasci dietro di sé le parti/morti del modello virulento contrassegnato dal consumismo mercifero, per assumere modelli baricentrati su nuove parti/vive che abbiano nella cooperazione, nella solidarietà, nella condivisione e nel rispetto delle diversità, il loro fulcro su cui sollevare le sorti di un’umanità in cammino. Evidentemente approdati sul ‘pianeta γ’, alla stessa stregua di Cristoforo Colombo dirigersi verso l’angolo aperto π (Pigreco) è più semplice e da lì potremmo lasciare il ‘mare aperto’ per  rafforzare il nostro angolo ‘α’ desideroso di un nuovo inizio da costruire insieme.

Angelo Vita

 (Docente di Filosofia, Storia – Pedagogista Clinico)