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A s-PASSO CON LA BACCHETTA… lontano, lontano nel tempo…

 

 

Una bacchetta. Cos’è una bacchetta? Un rametto di ulivo… e cosa può significare? Anche niente.

Eppure un oggetto, una frase, una persona, un racconto, un’espressione, uno sguardo… ci possono portare lontano anche da noi e altre volte nel nostro tempo vissuto ed incassettato nei meandri di una memoria dormiente pronta a risvegliarsi solo se le circostanze lo richiedono… credo siano queste associazioni e rimandi che fanno dell’uomo quell’essere che va in disagio post-traumatico ed in agio quando si rimescola su quei vissuti per farli decantare liberandoli da quelle energie negative che hanno tenuto e tengono a guinzaglio il benessere di chi nell’allontanamento da sé ha visto un approdo – ahi lui – salvifico ma di fatto mortifero.

Ed è, in questi giorni, una bacchetta innocua d’ulivo che scandisce di fatto i passi della mia passeggiata quotidiana con appresso l’immancabile ed instancabile Zara… lei merita un elogio a parte e mi riserbo di farlo quanto prima… oggi voglio invece soffermarmi su questa bacchetta che non lascio per nessuna ragione al mondo. È come se facesse parte del corredo indispensabile della passeggiata perfetta: scarpette, pantaloncini, maglietta e, appunto, bacchetta. Funge da protesi… ed anche da ‘me.me.’ (mediatore metastorico) che mi fa rivivere i primi due anni (’66/’67) di scuola elementare. Al maestro, di allora, non mancava quasi mai la bacchetta, era quel surrogato, quell’ ‘auctoritas’ che gli dava autorità (soprattutto quando non ce l’aveva di suo), ma ahimè poca autorevolezza. A proposito la differenza tra questi due termini l’ho conosciuta a seguito di una bella lezione fatta dal Preside Gaetano Sanfilippo al terzo anno di Superiore… ricordo che non ci stavamo comportando molto bene con la supplente e lui l’ha voluta sostituire per una mezz’oretta – il tempo di una ramanzina pensavamo noi – ed invece abbiamo constatato la differenza tra il sapere mantenere la classe (senza la fatidica bacchetta sostituita successivamente dalla nota) ed il non avere l’esperienza per farlo. Subito ci ha spiegato che per stare in classe non c’era bisogno di essere autoritari e lui non avrebbe voluto essere ricordato per la ‘disciplina’ che avrebbe potuto mantenere con la sola sua presenza di Preside. Dal suo punto di vista era chiaro che noi ci stavamo comportando da irresponsabili e per questo aveva fatto leva sulla nostra capacità di comprendere la differenza dei diversi termini che declinato l’autorità. Iniziò a dirci che nel tardo latino ‘autorità’ derivava dal paradigma ‘augeo – auges – auxi – auctum – augēre’ che equivale(va) ad accrescere. La vera autorità ci eleva da una condizione di ignoranza ad una di conoscenza o comunque da uno stato di sottomissione ad uno di uguaglianza, proprio perché il fine dell’autorità è di far crescere le relazioni che ne sono coinvolte. Il passaggio da un’autorità pedagogica ad un’autorità autoritaria è stato dovuto ad una certa difficoltà a fare rispettare regole e norme non condivise ma decise in maniera unilaterale e pertanto da rispettare come dei veri e propri dogmi, pena la punizione… e sappiamo come la si esprime nei regimi autoritari che si reggono su principi monolitici.

Ritornando al maestro di quegli anni Sessanta – che fortunatamente ho lasciato in memoria –  ricordo che la sua autorità si reggeva grazie ad una semplice bacchetta che noi stessi alunni eravamo incaricati di procurargli ogni qualvolta si spezzava per l’uso disinvolto e quotidiano che ne faceva. La cattedra ed i banchi su cui si accaniva ne erano la causa prevalente… raramente, a dire il vero si spezzava addosso a qualche bambino eccetto che non fosse già ‘andata’. Scriveva F. Sparvieri su QUANDO I BAMBINI FACEVANO… “OJJE!!!” Arrivavano certe bacchettate sulle mani!!! Alcuni scolari, per alleviare il dolore, già alla prima bacchettata si mettevano la mano colpita tra le gambe, altri ci soffiavano sopra. Spesso era solo l’inizio del supplizio perchè il maestro, per niente impietosito, doveva completare il suo ciclo mentale di bacchettate che aveva stabilito per pena. Altre volte, invece, all’improvviso, da dietro le spalle, a tradimento, il maestro, tirava a qualche alunno le orecchie che parevano elasticizzarsi sino al soffitto, per poi tornare, lasciata la presa, al loro posto, restando rosse per ore intere.

Io, onestamente, me la sono risparmiata. Ma qualche traccia di ‘me.me.’ mi sarà rimasta se oggi me la riprendo per segnare le mie passeggiate da Cannatello a San Leone. A pensarci bene la scusa per decidermi di prendere una bacchetta me l’ha data – indirettamente – Zara… un giorno mentre andavamo in direzione di San Leone, due cani bianchi, di cui non saprei dire la razza, le si sono avventati contro perché quel tratto di strada che costeggiava la spiaggia, dove comodamente facevano compagnia ai padroni, la sentivano loro e pertanto la difendevano aggredendo, con il sorriso compiaciuto dei proprietari. Zara mi segue ovunque e senza guinzaglio… questo perché ben addestrata da me, d’altronde non riuscirei a tenere un cane a guinzaglio, preferirei non averlo che ‘usarlo’. Pensando e ripensando quella scena, mi è venuto in mente il mio maestro… e da lui che ho preso spunto per tagliare un rametto di ulivo e farne una bacchetta in difesa del diritto sacrosanto di Zara di farsi indisturbata la sua passeggiata. E quando ci tiene, solo io e lei lo sappiamo. Appena vede che sto per mettere le scarpette, e mi avvicino alla ‘bacchetta/lasciapassare’, non sta più sulla pelle… ed il movimento estasiato del suo corpo dice più di tante parole. E constato che a lei dà tanta sicurezza, non solo perché la sente come uno strumento di difesa da eventuali cani avventori, ma le permette, come una solista, di seguire ogni mia indicazione (a bacchetta) e questo la tranquillizza. È chiaro che la bacchetta ha segnato la storia dell’uomo sin dai tempi in cui l’ha brandita, per la prima volta, contro un suo simile o un animale per difendersi o per aggredire. Ed ha sicuramente avuto modo di scegliersela considerandone duttilità, resistenza e durata… e sembra proprio che contenga bene queste caratteristiche e per di più è ‘figlia’ di una tradizione religiosa che vede nell’ulivo l’albero sacro per eccellenza, non solo perché si interseca con la storia di Gesù ma perché la sua longevità ha fatto sognare gli uomini di tutti i tempi e poi per l’olio che ci regala a piene mani dando sapore ai nostri cibi. E se consideriamo che in comune con l’ulivo abbiamo anche la vita è conseguenziale che la nostra sensibilità non può evitare di notare come anche in una semplice bacchetta di ulivo possiamo osservare tanti nodi/snodi di crescita che sicuramente ne hanno segnato il ‘viaggio’ come le nostre vicissitudini segnano la nostra vita rendendola fragile ma anche unica… per la spinta continua che ci porta a cogliere fuori di noi tutto ciò che già è in noi… che siamo veri portatori di ‘nodi’/’problemi’ da sciogliere nell’incontro quotidiano che facciamo… a partire a volte da una semplice bacchetta d’ulivo saraceno… si va ‘lontano, lontano nel tempo’.