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LA ‘SOLUZIONE’ ad un problema… è a-SINTOMATICA?

 

Il confine nel disagio tra sintomatici e asintomatici è assai labile e spesso non lo si riconosce, tanto ne siamo coinvolti… ed è diventato così parte dei nostri meccanismi che lo normalizziamo e lo consideriamo un’abitudine più o meno buona e di fatto ci accompagna nelle nostre giornate dandone senso. Vite vissute interamente dedicate agli altri, all’assistenza, al volontariato, al lavoro, alla casa, alla preghiera… vite integerrime che si scoprono frantumate e deluse, povere e meschine, insipide e piene di un’alterità vuota di progetti personali perché inglobati in situazioni/condizioni globali dove si viene assorbiti senza lasciare traccia dei propri bisogni/desideri spesso delusi perché mai o quasi mai attivati o semplicemente visti. Questi meccanismi che ‘frequentano’ ed abitano i confini (a)sintomatici, che decidono chi è da tenere sotto la tutela sanitaria e chi no, sono riconoscibili dalle ‘soluzioni’ che ci diamo per rispondere a degli stimoli esterni che ci chiedono di cambiare il nostro modo di stare nel mondo… e come reazione che facciamo? Ci blindiamo in ciò che a nostro avviso ci può difendere dall’esterno preservando la nostra sopravvivenza identitaria a favore – ahinoi – della specie di cui siamo, come sosteneva Freud, funzionari. Noi singoli, cioè, siamo funzionali ad eternare la specie che ci sopravvive e, pertanto, la vita nel suo ‘nonsenso’ individuale ha una sua logica schopenhaueriana che ci sovrasta usandoci anche ‘frantumati’.

Vivere il ‘confine’ come soglia per costruire nuovi porti su cui attraccare per dare senso alla vita che abitiamo è una nostra prerogativa che ci conviene esercitare pur sapendo che ciò scomoda in quanto i meccanismi che ci hanno accompagnato sino al momento in cui ci siamo sentiti appesantiti ci chiedono di essere superati in avanti poiché i nostri bisogni/desideri devono fare continuamente i conti con la vita che è dinamicità, cambiamento, movimento, è inedito che trasforma l’edito. Basta poco perché il mondo che abitiamo ci crolli addosso… una forte delusione, un dolore, un incidente, uno spinello, un cocktail… e tutto cambia o chiede di cambiare, a quel punto l’onda d’urto psicologica se non ben elaborata si trasforma in disagio esistenziale o in psicopatologia che spesso viene operata – a volte pesantemente – dalla psichiatria con massicce dosi di farmaci che intendono fermare emozioni che vanno accolte anziché bloccate. Eppure avviene questo. È come se si volesse fermare un fiume in piena o un branco di gnù nell’atto di attraversare il fiume, per gli gnù sarebbe morte certa se si fermassero, perché preda dei coccodrilli, e per noi spesso diventa convivenza a vita con farmaci psicoattivi che rendono assolutamente passivi col benestare di uno Stato ancora primordiale rispetto alle disconferme che arrivano dai tanti suicidi che si registrano alle porte della psichiatria… e col silenzio imbarazzato della stessa o se vogliamo di quello dei familiari di queste vittime viste come un problema da cui ‘difendersi’ delegando alle comunità psichiatrico-terapeutiche l’assistenza. Ciò detto ritengo utile dare il senso che solitamente diamo ai meccanismi che identifichiamo nella ‘soluzione’.

 

La SOLUZIONE la si ricerca per risolvere un problema e quando la si trova ci si sente orgogliosi di esserci arrivati (anche da soli). Ed è buono… ci si riconosce, in fondo, capaci di trovare il bandolo della matassa. La SOLUZIONE, in tal senso, è  come un PROBLEMA… è da un po’ di tempo che cerco di osservare le mie SOLUZIONI, anche povere, che mi permettono di continuare a mantenere il mio ‘equilibrio’ e nello stesso tempo mi costringono a rimanere fermo facendomi sentire a volte adeguato ed a volte no. Ma cosa significa SOLUZIONE? Deriva dal latino SOLUTIO-ONIS, che a sua volta si rifà a SOLUTUS, participio passato di SOLVĔRE ovvero ‘SCIOGLIERE’. SOLUZIONE pertanto significa SCIOGLIERE… rendere liquido ciò ch’è solido o snodare ciò ch’è annodato. La SOLUZIONE dovrebbe essere associata a ciò che di positivo e di buono cerchiamo di darci… ma non sempre la SOLUZIONE SCIOGLIE… a volte, anzi spesso, ci incastra e ci costringe a fare una vita angusta e priva di orizzonti aperti. Non c’è bisogno di scomodare la psicanalisi di Freud, Jung, Lacan… per dare a questo termine il senso che noi quotidianamente attribuiamo attraverso l’esperienza vitale che siamo chiamati a vivere. La SOLUZIONE è quella modalità, di stare con noi e col mondo, che ci permette di poggiare la nostra esistenza su una forma di dipendenza che può avere la dignità della ‘scrittura’ che d’altronde è anche edulcorata da tutti e ci fa sentire riconosciuti o della poesia, dell’insegnamento tanto per stare nell’ambito scolastico… Questa SOLUZIONE, dagli scrittori e/o insegnanti che si dedicano a tempo indeterminato alla loro attività, gli fa da specchio riconoscente, ragion per cui vi si dedicano come se fosse una vocazione dando meno spazio alle tante altri parti che siamo e che, non di rado, vengono adombrate… Avviene lo stesso per tutto ciò che ci assorbe pienamente… e non importa se si tratta di ‘pulizie di casa’ (fatte in maniera maniacale) o di attaccamento simbiotico al proprio partner del quale si evidenziano solo pregi… Lo stesso avviene se si tratta di ‘coltivare’ o soffrire una dipendenza ri-conosciuta socialmente, come l’hobby, o dis-conosciuta come la tossicodipendenza.

La SOLUZIONE per chi vuole mettersi in cammino e dare vita alle tante altri parti ombra che conteniamo nelle nostre note profonde È UN PROBLEMA SE NON IL PROBLEMA. Chi poggia, definitivamente, il suo modo di stare nel mondo sulla scrittura, sull’insegnamento, sulla professione, su ogni forma di ‘dipendenza’ ri e dis-conosciuta dalla società di contesto, ha poche chance di successo per affrontare la vita nella sua molteplicità. Molteplicità che mal si concilia con la SOLUZIONE che ci ha permesso di preservarci sino a quando è (stato) possibile… anzi ne è l’antitesi. Fuor di metafora, uno scrittore che deve fare i conti col disagio familiare e gli viene chiesto di mettere da parte la sua SOLUZIONE per dedicarsi al figlio, alla moglie, o ad altri che con lui condividono una parte di vita, si sentirà immediatamente svuotato/inadeguato… proprio perché la mancanza di SOLUZIONE gli creerà astinenza… Dopodiché o lo ‘scrittore’, il pittore, il calciatore o comunque chi ‘dipende’ dalla sua scelta – e non può farne a meno – riuscirà a mettersi in gioco passando dalla ‘dipendenza’ alla indipendenza facendo luce nelle sue parti disabitate o, diversamente, la sua ‘dipendenza’ (sino a quel momento efficace) lo taglierà rispetto ai rapporti forti familiari e sociali lasciandolo fuori gioco perché inadeguato o lontano da ciò che lui solo dovrebbe essere e si accorge che ancora non è. Perché ciò avvenga bisogna rimanere in viaggio e non pensare di essere ‘arrivati’ alla meta. Chi crede di avere risolto la sua vita col matrimonio, con la nascita di un figlio, con il lavoro… ha scambiato la non-vita (statica) con la vita (dinamica)… è questo fa si che la SOLUZIONE diventi un PROBLEMA che impedisce lo sguardo ‘oltre la siepe’. Ed è per questo che molti preferiamo il viaggio alla meta.

Angelo Vita

(Psicopedagogista – docente di Filosofia e Storia)