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PICO della Mirandola… che PACE ragazzi!!!

 

Se incidessimo la nostra pelle con un metaforico bisturi – abbastanza affilato – sarebbe, sicuramente, possibile scoprire parti nascoste del nostro essere stati filosofi italiani alla pari dei grandi che hanno trovato in Grecia, in Germania, in Inghilterra, in Francia, in America e/o in Asia il loro teatro per presentarsi al mondo ed essere riconosciuti per il contributo dato alla ricerca delle risposte alle tante domande che la filosofia, continua a porsi e porre a getto continuo, per spingere il nostro pensiero oltre se stesso nella convinzione di avvicinarsi il più possibile a quell’intelletto agente in atto che risponde al ‘divino che è in noi. Tra i filosofi maltrattati del periodo umanistico-rinascimentale merita di essere illuminata a giorno la figura di Pico della Mirandola che non possiamo continuare a lasciare in ‘panchina’ sol perché il pensiero umanistico è stato tacciato di retorica in quanto ritenuto ibrido e privo di una sua vera identità/specificità. questo perché, a torto, lo si identificava col pensiero presocratico e lo si agganciava spesso a quello medievale, come a dire che non aveva una sua dotazione ermeneutica corposa. Se leggiamo gli scritti di Pico e li traduciamo, nel rispetto delle considerazioni assai profonde e molto originali del giovane filosofo, ci rendiamo conto non solo del suo esatto contrario ma anche della sua attualità nel considerare l’opera dell’uomo indispensabile per costruire un futuro di pace nel rispetto delle differenze e delle diversità a confronto. All’età di 21 anni Pico scriveva il suo capolavoro che ancor oggi va indagato per coglierne la severità, la serietà e la saggezza che i suoi ragionamenti impongono a chi legge e soprattutto a quanti hanno una responsabilità di governo o rappresentano culture specifiche ritenute imprescindibili per la propria appartenenza.

 

Nell’Oratio de hominis dignitate non utilizza mai un timbro retorico – come solitamente si pensa davanti a scritti umanistici – tutt’altro. Le sue considerazioni sono assolutamente drammatiche. L’idea che esce fuori dall’Oratio prende a piene mani dal ‘Corpus hermeticum’ da dove spicca tra il creato la figura dell’uomo visto come miracolo, come essere straordinario nel senso di fuori dall’ordinario. L’uomo è l’unico animale che non ha un ‘luogo fisso’, un territorio; non è per nulla un microcosmo della natura, ma vive il dramma della libertà perché la sua natura è esodale, nomade. L’uomo, pertanto, è possibilità. Ed il dramma è che può andare dove vuole senza avere un luogo dove stare. È ‘de possibilitate natura’ ed appunto per questo nelle sue corde c’è che può raggiungere il divino, può trascendere sino a sovrumanarsi come può subumanarsi. Egli oscilla… non è un microcosmo, quella è solo retorica. Egli come microcosmo è immagine del macrocosmo, ma il suo carattere è in movimento. Pico nell’Oratio risponde (come tutti i filosofi) alla domanda ‘che cos’è la mente dell’uomo’ in maniera indeterminata. Il determinato nell’uomo ‘hic et nunc’ esclude tutte le altre determinazioni. La felicità è un pensiero ideale in cui tutte le determinazioni dell’essere coincidono: l’Oratio pertanto ha un timbro decisamente drammatico. L’interpretazione contemporanea che vuole Pico appartenere ad una tradizione teologica cristiana è una forzatura. Se poi consideriamo le vicissitudini che hanno contrassegnato il suo rapporto con la Chiesa dell’epoca, la forzatura si palesa. Lui, evidentemente, ha una concezione immanentista della filosofia in quanto si riferisce – quando scrive – alla mente nella sua natura reale che non esclude dimensioni mistiche come cabalistiche. A Pico, in proposito, interessa della cabala il gioco interpretativo dei numeri, dei nomi, della magia e quindi la possibilità di governare la natura. Il suo cruccio è cercare di comprendere la mente, l’essenza dell’uomo per collocarlo in contesti in cui possa raggiungere il suo apice nel rispetto delle culture/altre diremmo oggi.

 

Lo scritto di cui stiamo ragionando nasce come discorso (Oratio) da fare in un convegno che si sarebbe dovuto tenere a Roma tra le religioni e quindi tra modi diversi di rapportarsi al proprio Dio. Ed è per questo che lui ha pensato, scrivendolo, alla ‘concordia’. La domanda a cui rispondere rispetto alle tante strade che le tradizioni religiose seguono è con-corde, ha cioè lo stesso ‘cuore’, è la stessa, ovvero ‘che cos’è l’uomo?’ e non solo per la Chiesa di Roma ma anche per quella islamica. Mettere insieme posizioni distanti per addivenire alla pace non significa appianare le differenze. Pico e prima di lui Cusano crede che le differenze possano essere superate attraverso un continuo lavoro di traduzione, di analogie e di comparazioni. Dare valore alle diverse identità che non vanno assolutamente annullate o appianate.

 

La comparazione è una esegesi, una traduzione di idee, linguaggi e modi d’essere differenti che vanno esaltati. La pace pertanto è rispetto; è intreccio; è confronto. Le diverse religioni hanno delle congetture di Dio che vanno ricondotte alle specificità di ciascuna di esse. Non si può pensare alla pace senza conoscere le differenze. Bisogna essere curiosi; bisogna conoscere l’altro col quale si dà vita ad un dialogo. Curiositas ha la stessa radice di ‘cura’. Bisogna prendersi cura dell’altro e non inglobarlo o cambiarlo. Pertanto la domanda, al riguardo, potrebbe essere un po’ questa: come si può parlare di Dio come congettura? Dire Dio non è comprendere Dio come dire la cosa, nominare la cosa non è comprenderla. Ognuno arriva a ‘dire’ secondo un percorso che è specifico e va conosciuto e rispettato e non oltraggiato. E questo a maggior ragione se ci rendiamo conto del ‘dramma’ dell’uomo che nella sua libertà non si pone limiti. In potenza niente gli è escluso. Addirittura in potenza potremmo dire che l’uomo potrebbe essere egli stesso divino. Facendoci aiutare dalla cabala potremmo dire che l’ensoph (Infinito, Dio, Uno), l’Uno, non è dicibile, non è esprimibile, ma si rappresenta nella diversità dei nomi, che vanno mantenuti tenendo presente che nessuno dei nomi dati lo comprende poiché la ‘cosa’ sfugge sempre alla comprensione.

 

Pico della Mirandola è stato un filosofo nato grande e morto piccolo. Grande perché rispetto alla tradizione umanistico-rinascimentale non si è soffermato a contrastare la tradizione cristiano-medievale o a tradurre in un latino assai forbito la filosofia greca, ma ha dato un contributo enorme al pacifismo inteso come crossingover tra differenti modalità di stare nel mondo, nel rispetto di percorsi che vanno valorizzati, comparati e messi in rete per aprirsi a nuove possibilità che nella libertà possono contribuire ad un mondo più a misura di tutti e di ciascuno; piccolo perché non si può morire a 31 anni perché perseguitato da una maledizione ecclesiastica che in quel periodo faceva vittime a mai finire. La sua condanna a morte da parte della Chiesa che sembrava essere rientrata grazie all’intervento della famiglia De’ Medici, a quanto pare è stata ugualmente eseguita a dispregio della vita e della stessa religione che la Chiesa diceva di professare.

Angelo Vita

Psicopedagogista – docente di Filosofia e Storia