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Affasci-nati… di nuova specie

Quando dopo anni di ‘praticantato’, di stare a ‘gomito a gomito’… dentro un’esperienza forte di teoria/prassi… e dopo che la si è  accostata con tante riserve (ed aspettative) sciolte in presenza, e senti – tuo malgrado – che quanti ci stanno vicini pensano che si tratti di un’affascinazione, un’infatuazione qualcosa vorrà dire. O sei stato tu a non farti comprendere e a trasmettere il ‘cuore’ dell’esperienza vissuta o, ed opto per la seconda, gli abiti che vestiamo sono cosi tanti e spessi da non farci sentire il contatto del mondo sulla nostra pelle.

L’affascinazionepresuppone una completa genuflessionealla persona, al contesto, al progetto che si ha davanti, pertanto i diversi codici che sottostanno alla capacità critica individuale e collettiva è come se si appiattissero… si configura, in tal caso, un’adesione/sottomissione/fusione a ciò che ci ha procurato/provocato quella sorta di‘innamoramento/ammaliamento’… come dire viene meno la capacità critica indispensabile per non farsi vorticare e conservare una propria identità/punto di vista vigile. Chi rimane affascinato sine die dovrebbe porsi qualche domanda se non prima magari poi… se non avviene, allora e solo allora, l’affascinazione acquisisce i connotati di una vera e propria seduzione che impedisce l’inter-azione tra i diversi codici che sottostanno all’essere adulti. L’affascinazione pertanto se non si converte in adesione critica; l’innamoramento in amore o il confine in soglia, l’adultità si configurerà come meta e non come acquisizione, come know how o competenza.

Il rischio che si corre quando si racconta/rappresenta un’esperienza, un progetto, un’idea… a tinte positive, specie se in contrapposizione o in aggiunta ai servizi offerti dalle istituzioni, è di suscitare nell’interlocutore l’effetto opposto, una sorta di difesa/resistenza che porta a tenersi stretta l’esperienza offerta dalle istituzioni e diffidare da tutte quelle che cercano di costruire una nuova ‘grammatica’ metodologica, magari distante se non antitetica rispetto alle ‘classiche’ che godono del rispetto dei ‘faraoni finanziari e burocratici’. Questo può limitare, di fatto, la risposta ai propri bisogni – in tal caso ontologici – perché incastrati nelle maglie del pregiudizio culturale, sociale, religioso di contesto.

Fuor di metafora nel 2012 ho avuto modo – con tutte le resistenze del caso – di conoscere un’esperienza che affonda le proprie radici alla fine degli anni ’60 e che quando tutto lasciava supporre che si stesse andando verso un periodo di progresso e di benessere, un giovane laureato in psichiatria che risiedeva (e risiede) in un minuscolo e sperduto paesino del foggiano, volgendo lo sguardo verso i drogati e gli alcolisti, teorizzò il Metodo alla Salute ovvero un nuovo punto di vista per dare una lettura globale al disagio falsamente settoriale che da quel momento chiamò disagio diffuso… non poteva limitarsi ai soli tossicodipendenti assuntori di droghe e/o alcol, ma includeva anche il disagio cosiddetto mentale che il Dott. Mariano Loiacono ha preferito chiamare bio-organico o ontologico… ed è una lettura questa che investe tutte le ‘telecamere’ che ognuno di noi abita , quella scientifica, religiosa e filosofica, proprio perché la liquefazione del disagio porta con sé le diverse declinazioni che una certa ‘medicina’ ha voluto vocabolarizzare/enciclopedizzare nei tanti dsm (dal I al V) che risultano essere dei veri e propri vademecum diagnostici cui riferirsi per catalogare il disagio in ogni sua piega/piaga per poi approdare a delle terapie farmacologiche perlopiù croniche… non sempre rispettose della dinamicità che la vita impone anche o soprattutto in presenza di un disagio.

Sono state migliaia le famiglie con situazioni sintomatiche che hanno conosciuto il MaS (Metodo alla Salute) e i GaS (Gruppi alla Salute) e ne hanno tratto beneficio… ma questo non è ancora sufficiente per dare cittadinanza a questa esperienza di teoria/prassi in cui il ‘fenomeno vivo’ si prende la scena sino a tradurre il disagio in opportunità, in spinta per bilanciare ciò che non va più e che va invece ri/considerato e ri/portato su nuovi sentieri da calpestare per tracciare nuove vie, nuovi equilibri individuali, familiari, sociali e culturali, di crescita e di maturità personale, familiare e collettiva.

Il MaS non nasce per mettere in ginocchio il sistema di potere costruito attorno alle polidipendenze e alle comunità che se ne alimentano, nasce come lettura di interpretazione psico-antropologica e come occasione di crescita per tutti, sia per le istituzioni che operano settorialmente sul disagio che per quelli che vogliono tracciare nuovi sentieri/strade capaci di rispondere ai tanti disagi che il mondo di oggi ha fatto esplodere con tutte le conseguenze che ciò comporta per ciascuno di noi al di là se legato allo statu quo o alle ricerche attive sul territorio nazionale ed internazionale.

Angelo Vita

Pedagogista – docente di Filosofia e Storia